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Come Harry divenne un albero

Regia di Goran Paskaljevic vedi scheda film

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La recensione su Come Harry divenne un albero

di Stefano L
6 stelle

Risultati immagini per how harry became a tree

 

Ispirato ad un'antica leggenda asiatica e diretto dal belgradese Goran Paskaljevic, “How Harry Became a Tree” è una commedia nera incentrata sulle vicende dello screanzato contadino dall’animo travagliato Harry Maloney (Colm Meaney). Afflitto dai fantasmi del passato, il turbolento omaccione nutre un odio profondo verso George (Adrian Dunbar), dongiovanni del paese rurale ove si svolgono i fatti, accusato dapprima di “servizi di dubbia moralità” (in realtà Harry è invidioso della sua fortuna economica) e poi addirittura di adulterio. Tutto questo ai danni del secondogenito Gus, ovvero un imberbe Cillian Murphy, e della sposa promessa Eileen (Kerry Condon). Le malesorti subite durante la difficile esistenza, quali la morte prematura della moglie e di una parte della prole, hanno reso Harry un individuo freddo, stridulo, calunniatore e spesso emotivamente dominante. Gus, intanto, sotto le pressioni del padre, diventa sempre più alienato e solitario. Ogni volta che qualche nuovo elemento può permettere ad Harry di prevaricare su George, qualcos’altro rovescia l’effetto, aumentandone la follia e l’irrazionalità. L’ossessione di vendetta diventa enorme, superando i limiti di tollerabilità per Gus e Eileen. Magia e sogno si mischiano, intessendo la trama di un vivace substrato tragicomico, la cui solerzia è garantita dalla performance scaltra e smagata del coriaceo Maloney. La tautologia alla base dei dialoghi paludati e dei debosciati monologhi è accompagnata dalla fosca atmosfera del paesaggio agreste dell'Irlanda del 1924; la pioggia e le nuance mutevoli suggellano un’aura grottesca, scabra, da cui traspare il riferimento all’albero secolare, impossibile da abbattere e apparentemente eterno, il quale dovrebbe alludere alla caparbietà morbosa di Harry. Orbene, Maloney è talmente bravo che pur non scardinando l’indole avvilita che tracima in situazioni imbarazzanti e parossistiche, perviene pure a divertire il pubblico grazie al perfetto equilibrio tra un comportamento capestro e una poco celata pusillanimità di fondo. Purtroppo, però, nei punti in cui il pathos sta per propagarsi nei momenti salienti, le sequenze vengono inspiegabilmente smorzate con un montaggio propinquo a sviluppare celermente l’evoluzione dei gangli della storia, e si rimane in diverse occasioni con l’amaro in bocca. Murphy e Condon, dal canto loro, non si discostano parecchio dall’accademismo leggermente caricaturale delle sortite; l’aspetto veramente interessante del lavoro di Paskaljevic non può che essere quindi la chimica incisiva, gestita con briosa pervicacia, dello scontro fra Harry e George, procrastinato senza cascami di ritmo fino al cupo e beffardo epilogo. Si rimane soddisfatti dal cast, ma anche certi che con un dose maggiore di risvolti dal lungo respiro la mésse avrebbe persuaso maggiormente gli astanti, e sarebbe stata alquanto appetibile. In questi termini invece non si va oltre la sufficienza.

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