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A tempo pieno

Regia di Laurent Cantet vedi scheda film

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La recensione su A tempo pieno

di Peppe Comune
8 stelle

Vincent (Aurèlien Recoing) è un importante manager che perde improvvisamente il lavoro. Non accetta serenamente questo stato di cose e arriva al punto di alzarsi ogni mattina per andare al lavoro come se nulla fosse successo. Prima non dice nulla alla moglie (Karin Viard) del licenziamento e poi si inventa un fantomatico impiego di prim'ordine all'Onu per giustificare le sue giornate trascorse fuori  casa. Bugia dopo bugia, Vincent si incammina in un percorso dal quale sarà difficile tornare indietro, scopre una vita diversa fatta di sotterfugi e inganni e assapora il gusto pieno della libertà anche se questo lo porterà a conoscere gente poco raccomandabile e frequentare ambienti che prosperano nell'illegalità.

 

Aurélien Recoing

A tempo pieno (2001): Aurélien Recoing

 

Dopo aver esordito con "Risorse umane", primo esempio di film sull'esperienza delle 35 ore, con "A tempo pieno" (Leone d'oro a Venezia) Laurent Cantet punta ancora l'accento sul mondo del lavoro, questa volta analizzandolo dal punto di vista di chi è sempre stato ai piani alti, abituato a rapportarsi con la vita partendo da una posizione di indiscusso privilegio economico. Lo fa in modo sobrio, delineando con estrema bravura i caratteri di una famiglia in cui non ci si può parlare fissandosi negli occhi senza correre il rischio di far crollare in un attimo quel castello di carta che Vincent ha costruito per procrastinare sempre più oltre il senso del proprio fallimento. Si ha paura di quello che si percepisce nelle pieghe del non detto. Aiutato in questo dalle ottime prove di Karin Viard, una moglie che capisce più di quanto la speranza di sbagliarsi vorrebbe, e Aurèlien Recoing, davvero straordinario nel vestire i panni di questo adorabile mascalzone. Vincent si sente il lavoro che fa e non sa pensare a una vita diversa da quella orientata dallo status lavorativo di sempre. La sua crisi d'identità è il tipico effetto di un mondo in cui ci si riconosce piu' per come si appare che per quello che si è. La verità non può che soccombere alla bugia se questa è più funzionale per il conferimento di quella credibilità in nome e per conto della quale amici e parenti sono disposti a offrirti credito incondizionato, stima e rispetto. La verità fa male se non si ha la forza di sopportarne il peso e la tempra morale per sapersi presentare in pubblico spogliato dell'autorevolezza derivante dal ruolo sociale che si è sempre occupato. Riprendendo le parole di Mauro Gervasini, credo sia vero che una volta visto questo film “non si può fare a meno di pensare al Grande Lebowski come a un eroe dei nostri giorni”. Tanto capace di farsi scivolare tutto addosso il Dude, senza scomporsi più di tanto e fiero del suo conclamato disimpegno, quanto schiacciato dal peso di una società che ti chiede di andare sempre a mille per restare a galla Vincent, che avendo una vita in stretta simbiosi con il lavoro di manager cha ha sempre fatto, diventa il più incredibile dei bugiardi allorquando viene meno il suo orpello sociale. Grande film.

 

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