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Berlinguer ti voglio bene

Regia di Giuseppe Bertolucci vedi scheda film

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La recensione su Berlinguer ti voglio bene

di wonderkid93
9 stelle

Mario Cioni, Bozzone, Buio e Gnurante. Quattro amici alle prese con la monotonia di una domenica in quel di Prato. Cioni in particolare si perde in monologhi costituiti da frivolezze legate alla totale mancanza di sesso e all'amore incredibile che nutre nei confronti della madre. Per ingannare il tempo i quattro si recano ad una squallida balera, dove il Cioni riuscirà a portare una bionda a ballare, finchè non gli viene fatta una burla tremenda: fanno annunciare al cantante che la madre è morta. Sboccato, sconclusionato, volgare, sgradevole; l'esordio cinematografico di Giuseppe Bertolucci e Roberto Benigni, con un adattamento meno edulcorato dello spettacolo teatrale sempre scritto dalla coppia, è un'autentica bomba ad orologeria. Cercare un qualche segnale di continuità, linearità, senso e humor nei siparietti messi in piedi da Benigni è solo una grossa perdita di tempo: i quattro agiscono spinti dalla disperazione, riempendosi la bocca di parole e piccole perle di vita trite e ritrite, sfogando la propria frustrazione di piccoli sottoproletari con l'unica forma di affetto su cui possono contare, ovverosia la masturbazione. Già, la masturbazione, onnipresente negli oscuri ragionamenti di Cioni, l'unico argomento che possa sposarsi con tutto ciò che gli passa per la testa, l'unico atto che farebbe pochi minuti prima di morire, l'unica forma di rapporto vero e sincero su cui può contare, se solo conoscesse davvero se stesso. Cioni è una sorta di sottomesso, che accetta la vita così com'è, senza alzarsi ne provare a mutare la sua condizione misera e assolutamente anonima, vittima di una madre che prova profondo disprezzo per lui. La madre è una figura centrale, influsso principale che ha contribuito a modellare la personalità infantile e riprovevole di Mario, costretto a dover sentire particolari sconci della precedente vita sessuale della madre senza poter far null'altro che provare eccitazione. Sarà la scommessa con Bozzone (un viscido e bravissimo Carlo Monni) a rompere il precario equilibrio della vita di Mario, copulando con la madre sfogherà quella repressione che lo aveva portato all'ateismo e al comunismo più becero, dandogli lo spunto per costruirsi una vita nuova insieme a lei, accrescendo ancor di più la consapevolezza nel povero Cioni che, ciò di cui ha davvero bisogno, è il calore umano. Lo spaventapasseri con la foto di Berlinguer è l'unica figura con cui può confessarsi, a cui può rivelare i suoi più ardenti desideri di cambiamento: una rivoluzione, si. A parole, poichè nei fatti Cioni incarna in pieno la figura dell'ignavo infantile, vittima di genitori assenti e costretto ad un limbo di anonima solitudine (affettiva e sessuale). I tre amici sono un distillato dello squallore della sua vita, e rispondono ai nomi di Bozzone (il più rozzo dei tre, che spesso lascia scorrere libera la sua vena poetica con versi di sincera disperazione), Buio (che aderisce passivamente e in silenzio alle iniziative dei matacchioni) e Gnurante (che vede nel divertimento la sua unica ragione di vita). Un piccolo capolavoro di difficile interpretazione che soffre un po' troppo i tempi teatrali, ma che restituisce a distanza di anni un quadro veritiero, crudo, sincero e scurrile di un'intera generazione condannata ad un'esistenza mediocre e con poche possibilità concrete di venirne fuori. Benigni e Monni sono davvero bravi, ma la scena è divorata da Alida Valli, che fa suo un ruolo di incredibile ambiguità. Caso più unico che raro, vietato ai minori di 18 anni a causa del turpiloquio in cui è immerso tutto il film e di cui, difficilmente, si sarebbe potuto fare a meno. Si mastica amaro, sin da subito, ma è uno dei migliori film italiani del periodo. Come si suol dire, un esordio col botto.

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