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La macchina nera

Regia di Elliot Silverstein vedi scheda film

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Michele Martelossi

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La recensione su La macchina nera

di Michele Martelossi
6 stelle

Non è escluso che un giorno anche il diavolo possa prendere la patente, visto che ormai la danno a cani e porci. E il diavolo potrebbe saperla lunga in fatto di segnali stradali e sensi vietati, tanto da passare l'esame con estrema facilità. Ma l'essere diabolico che si nasconde dietro al volante di una Lincoln Continental tirata a lucido in "La Macchina Nera" pare non aver alcuna intenzione di rispettare stop e precedenze, macinando chiunque gli capiti a tiro. Sono principalmente i simboli della civiltà occidentale gli obiettivi che l'inarrestabile auto mette sotto le ruote, seguendo forse un progetto preciso ma incomprensibile agli esseri umani che devono contrastarla. Nessuno che a Santa Ynez sappia da quale Canyon sia sbucata fuori e soprattutto perché stia infestando le strade con una guida a dir poco incivile. E' ovvio quindi che tutti diano inizialmente la caccia a un pirata della strada cercando di dargli un volto. Solo quando un'indiana testimonierà di non aver visto anima viva dentro al veicolo, la polizia comincerà a individuare nella stessa auto una fonte di pericolo spaventosa e sovrumana.  Wade Parent (James Brolin) è il prestante poliziotto a due ruote - una specie di Poncherello di provincia  - che deve cercare di fermare il bolide abbattutosi all'improvviso sulla sua piccola comunità. Lauren (Kathleen Loyd) è la sua compagna, una maestrina di scuola tutto pepe, con una strana somiglianza a Elisabetta Canalis e con un temperamento che non le manda a dire a nessuno, nemmeno all'auto tanto da diventare, nel giro di poco, uno dei bersagli preferiti della malefica ferraglia lanciata su strada. Dopo che anche il capo della polizia locale è stato steso sulla striscia continua dall'indomita belva a motore, Wade è costretto a prendere su di sé la responsabilità dell'intera operazione e a coordinare uomini e posti di blocco. Intanto Lauren, ignara di tutto, sta svolgendo una parata musicale on the road con bambini e personale scolastico, offrendo così se stessa e una gremita comitiva di bersagli mobili al demonio col parafanghi.      Il film si apre con l'investimento di due giovani ciclisti innamorati - lei è l'allora sconosciuta Melody Thomas Scott - e la distruzione dei miti dell'innocente adolescenza, del salutismo e del mezzo che non inquina.  Toccherà poi alla Musica (il suonatore di corno francese), alla Libertà (il musicista è anche un yppie autostoppista), alla Legge (lo sceriffo capo), alla Scuola (gli studenti in fuga), alla Casa (l'agguato nel garage di proprietà), alla Famiglia (le figlie di Wade)  e via discorrendo, in un tragitto sempre più convulso, imprevedibile e avvolto dalle polverose spirali di una scenografia desertica e mozzafiato.  Di contaminazioni nel film potremmo parlare sino a domani, a partire dall'efficace colonna sonora di Leonard Rosenman che ricorda nei momenti topici quella de "Lo Squalo". E in fondo la macchina cos'è se non un grosso pescecane cromato che fuori dall'acqua semina il panico e sconvolge equilibri? Ma poi dove lo mettiamo il chiaro riferimento a "Duel", capolavoro visionario di Steven Spielberg dove c'era un tir a fare le veci della due posti? E ancora: l'asserragliamento di una cittadina e l'attacco sferrato agli allievi e agli insegnanti non sono forse una palese reminiscenza di ciò che accade anche ne "Gli Uccelli" di A. Hitchcock?  "La Macchina Nera" (The Car) nulla inventa, per la verità, nemmeno quando colpisce le vittime con la soggettiva a vetri ambrati dell'assassino che si avvicina loro strombazzando in modo prepotente e fastidioso. Ma è comunque un buon "investimento" in quanto riesce ad essere un film "con una marcia in più" per il modo tutto particolare in cui rielabora le proprie fonti, per la perfetta fotografia e per i pirotecnici effetti speciali sui quali può contare (tipo quello della Lincoln che sfonda una casa o del finale che certo non rivelerò).  E in fondo, il regista Elliot Silverstein riesce perfettamente a "veicolare" inquietudini e dilemmi dell'uomo contemporaneo, denunciando il progressivo abbrutimento della società industriale, partendo dall'inurbana condotta automobilistica e finendo con il demonizzare l'evoluzione tecnologica. Il messaggio giunge chiaro come un colpo di clacson, anche se per arrivare a destinazione chiede spesso un passaggio agli altri mezzi transitati sulla stessa via. D'altronde si sa che il diavolo riesce a fare le pentole ma non i copertoni.

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