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Crash

Regia di David Cronenberg vedi scheda film

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La recensione su Crash

di AtTheActionPark
8 stelle

Crash è il film più pessimista di David Cronenberg. Non solo: è il suo film più cerebrale, più ostico e, come scrive Gianni Canova nel “Castoro” dedicato al regista, più «sovversivo». È il film di Cronenberg che, maggiormente, ha sconvolto e diviso critica e pubblico. Chi ha tentato di affibbiargli etichette, anche spicce, ha dovuto rassegnarsi: Crash è un film totalmente sfuggente, unico, che non ha (e non può) avere paragoni all’interno della storia del cinema. Non è nemmeno la summa del pensiero cronenberghiano (per riprendere un modo di dire tipico della critica cinematografica): Crash sembra, piuttosto, un parto anomalo, un errore, un corpo estraneo (al cinema), espulso e rigettato dalla mente del regista – giusto per evocare atmosfere famigliari al cinema di Cronenberg. Un film di corpi e di macchine immobili – come il film stesso -: di rituali vuoti e di simulacri assenti. L’unico perno su cui ruota Crash è essenzialmente, e paradossalmente, il nulla; un nulla non solo ed esclusivamente cinematografico, ma esistenziale: la morte, così inseguita e desiderata dai catatonici protagonisti del film. James Ballard (nome che richiama direttamente l’autore del libro a cui Crash si ispira), la moglie Catherine e l’enigmatico Vaughan: personaggi che copulano fra loro, senza amore (il grande assente del film), e senza piacere, un piacere negato anche allo spettatore, che non prova alcuna empatia per questi esseri distanti, lontani, cristallizzati.

Il film, infatti, non rappresenta un’edonistica unione tra Eros e Thanos (sempre come suggerisce Canova). Le cavità da penetrare sono altre: ferite, fessure artificiali. Non v’è traccia, nel mondo sfinito di Crash, per la riproduzione sessuale. Si corteggiano unicamente dei fantasmi mortuari evocati da un taglio o da una lacerazione. La sessualità diventa così, nella più classica ossessione cronengerghiana (M Butterfly), pura invenzione senza scopo, lavoro intellettuale e mentale (come il film in sé). Una scelta ben rappresentata non solo dagli orgasmi provocati attraverso incidenti stradali, ma anche dai coiti omosessuali tra James e Vaughan, e tra Catherine e Gabrielle.

La morte è evocata anche nella sequenza più memorabile del film, lo spettacolo allestito da Vaughan sugli incidenti più celebri della storia. Vaughan narra e simula, grazie alla collaborazione di uno stuntman, l’incidente di James Dean. Ma la rappresentazione non è conclusa. Interviene, infatti, la polizia a interrompere lo spettacolo abusivo. La morte, così spesso evocata, non ha mai, in Crash, la sua totale affermazione (o forse ce l’ha, proprio attraverso la negazione). Non è quindi un caso che il film si apra e si chiuda con la stessa frase, sussurrata da Catherine a James: «Forse, la prossima volta… ».

Crash, quindi, nega. Nega continuamente allo spettatore il piacere - della visione, del sesso, della vita, della morte. È un film castrante, irritante, «sovversivo». Il suo senso è forse sfuggente, ma il suo nichilismo, totale e assoluto, è terribilmente tangibile. Lo scontro fra corpi (e fra macchine) non è più un mezzo per dare la vita: piuttosto, potrà dare la morte. La prossima volta.

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