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La ragazza nella nebbia

Regia di Donato Carrisi vedi scheda film

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La recensione su La ragazza nella nebbia

di MonsieurGustaveH
6 stelle

Dalla carta allo schermo, il passo è breve; l'unico rischio, è sempre quello di farlo più lungo della gamba.

Tale concetto risulta essere ancora più incisivo quando l'autore dell'opera di partenza (in questo caso, un romanzo) coincide con il realizzatore della trasposizione della stessa (per il cinema).

 

Sarà stato in grado Donato Carrisi, uno tra i più promettenti e talentuosi scrittori di romanzi gialli e thriller della nostra penisola, a non cadere in fallo?

 

Donato Carrisi, Lucrezia Guidone

La ragazza nella nebbia (2017): Donato Carrisi, Lucrezia Guidone

 

Dapprima sceneggiatore teatrale e televisivo, pubblica il suo primo romanzo nel 2009 con il titolo “Il Suggeritore”, fortunato debutto in breve divenuto un best seller internazionale.

Con l'adattamento per il grande schermo de “La Ragazza nella Nebbia”, Carrisi sancisce il suo esordio alla regia e alla sceneggiatura cinematografica, facendosi carico di un progetto fortemente sentito che pareva da tempo dover essere un naturale punto d'arrivo per l'autore, dato l'approccio narrativo fortemente “cinematografico” infuso nelle sue opere.

Vi è però una premessa essenziale da fare: il romanzo in questione - datato 2015 – è senz'altro da annoverare tra le sue opere più deboli, principalmente se messa a confronto con altre quali il già citato “Il Suggeritore” ed in particolare il suo seguito “L'Ipotesi del Male” (probabilmente il suo miglior scritto finora).

Il principale problema del romanzo sono i personaggi, indubbiamente dimenticabili rispetto agli standard ordinariamente posti dell'autore e un intreccio in cui tutto appare eccessivamente classico e di riporto, senza contare un finale paradossalmente confusionario nella sua semplicità: troppo affrettato, didascalico e ai limiti della credibilità.

Un problema - quello dei finali – già riscontrato in Carrisi, che per una volontà troppo morbosa di stupire il lettore tende a spingere troppo sull'acceleratore in dirittura d'arrivo, finendo per sbandare e generare situazioni fin troppo forzate.

D'altro canto, si può osservare anche il risvolto della medaglia: nonostante questo non sia il sua miglior romanzo, probabilmente è quello che meglio si prestava ad essere trasporto per un film d'esordio, dal momento che la struttura dello stesso e gli eventi in esso narrati - così come le conseguenti implicazioni - sarebbero risultati, con i dovuti accorgimenti, i più semplici da portare sul grande schermo.

Senza dubbio si può dire che il Carrisi regista (e sceneggiatore) non abbia tradito più del dovuto il Carrisi scrittore, anzi: da questo punto di vista, infatti, il film risulta pressoché assimilabile al romanzo, riprodotto pedissequamente con taluni passaggi semplicemente snelliti. Per contro, sarebbero stati invece da approfondire diversi aspetti che rimangono fin troppo superficiali: non basta una croce al collo per delineare una setta religiosa del quale avremmo voluto tutti sapere di più.

Il buon Donato ha doti di grande narratore e da questo punto di vista, infatti, anche il film non delude: 127 minuti pieni e ritmati. La costruzione delle inquadrature è sicuramente efficace e dal punto di vista registico l'autore mostra una discreta abilità, sebbene scivoli a più riprese in un'impostazione più vicina al prodotto televisivo che cinematografico; in effetti, il tasto più dolente della pellicola risiede proprio in questa discontinuità. Tale vizio di forma probabilmente risulta essere ancor più enfatizzato dagli evidenti problemi relativi al casting, vedasi ad esempio i coniugi Kastner - i genitori della ragazza scomparsa - così come i membri delle forze armate locali che, non appena entrano in scena, vanno a spezzare di netto l'aura di tensione fino a quel momento creatasi per la fiacchezza d'interpretazione. A ciò, si aggiungono poi scelte di caratterizzazione dei personaggi talvolta troppo stereotipate: la figlia del professore ribelle e un po' punk, il ragazzo introverso segretamente innamorato, il misantropo ispettore senza pietà e la vecchia giornalista “custode dell'arcano” destinata a perire inascoltata. Tutto già visto e rivisto.

Un'insieme di ingenuità piuttosto comuni per un esordiente, che ben lasciano intuire quanto il regista debba ancora pienamente imboccare un sentiero differente da quello fino a quel momento battuto.

Rimanendo in tema di personaggi, Carrisi ha affermato di aver sempre identificato l'agente speciale Vogel (l'ispettore assegnato al caso della scomparsa della piccola Anna Lou) con Toni Servillo che, effettivamente, risulta perfetto in un ruolo che non può non riportare alla mente “La ragazza del lago”, thriller italiano del 2007 in cui interpretava il commissario Giovanni Sanzio. La sua prova e quella di un Alessio Boni difficilmente visto così in forma (qui interpreta Loris Martini, insegnante della scuola di Anna Lou additato da Vogel come principale indiziato) sorreggono il film fino alla fine, generando una perfetta dicotomia psicologica in cui diviene sottilissima la linea tra bene e male.

 

 

Alessio Boni

La ragazza nella nebbia (2017): Alessio Boni

Toni Servillo

La ragazza nella nebbia (2017): Toni Servillo

 

 

Nulla di troppo rilevante da segnalare per Lorenzo Richelmy (Borghi) e Jean Reno (il dottor Flores), se non l'audacia di quest'ultimo nello scegliere di recitare per tutta la durata del film in lingua italiana (senza cavarsela nemmeno male).

Ottima risulta l'ambientazione, altra peculiarità dello stile dell'autore per cui quest'ultima risulta essere spesso indefinita, quasi frutto della commistione di elementi provenienti da differenti zone del globo; unita a musiche minimali ma funzionali, essa descrive perfettamente un ambiente totalmente ovattato e chiuso in sé stesso.

Evidente è inoltre la massiva ispirazione a fatti di cronaca nera che hanno scosso il nostro paese negli ultimi anni, contornati da una sprezzante critica al giornalismo come inattendibile mezzo di informazione e mero procacciatore di “mostri umani” per le bocche affamate del pubblico: l'importante non è la verità, ma lo scoop e – ancor di più - la celerità con cui si è in grado di darlo in pasto all'audience (“25 minuti prima degli altri”, contratto verbale stipulato tra l'agente Vogel e la giornalista Stella Honer).

Inizialmente è stato enunciato come, nella mia visione, il terzo atto del romanzo risultasse un po' troppo raffazzonato, tanto da costituire una sorta di colpo a vuoto. Qui Carrisi, ispirandosi dichiaratamente a colossi del genere (di cui il film è ricco di citazioni) quali ad esempio “I Soliti Sospetti” , riesce a mettere in scena tale segmento utilizzando il mezzo cinematografico nel pieno delle proprie possibilità, andando a narrare per immagini una sequenza cardine in modo assolutamente incisivo. Bersaglio centrato.

 

Riprendendo la domanda iniziale, è quindi riuscito Carrisi a non incespicare su se stesso?

 

Per quanto mi riguarda, si.

 

Certo, con tutte le probabilità del caso stiamo sobriamente parlando di un film sufficiente, che si porta sulle spalle tutti i difetti dell'opera da cui deriva; ciò che ritengo sia però più importante è che con “La Ragazza nella Nebbia” nasce un nuovo regista, che ci si auspica possa col tempo affinarsi e regalarci anche più di qualche soddisfazione.

Senza dubbio l'abilità e la volontà di offrire qualcosa di nuovo al panorama italiano sono presenti e risolute (purtroppo in questo “La Ragazza nella Nebbia” è poco rappresentativo), ma diamo tempo al tempo. Per il momento, godiamoci questo gradevole esordio nella speranza di un futuro radioso.

 

 

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