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The Greatest Showman

Regia di Michael Gracey vedi scheda film

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alan smithee

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La recensione su The Greatest Showman

di alan smithee
4 stelle

Nell’America dell’800, Phineas Taylor Barnum, figlio di un modesto sarto trattato con disdegno dalla ricca borghesia sfruttatrice, e deceduto prematuramente lasciando il figlio nell’indigenza e senza fissa dimora, riesce col tempo a riscattarsi a tal punto da sposare la figlia di uno dei più arroganti clienti del padre, e ad arricchirsi divenendo il baluardo del divertimento e dell’intrattenimento spettacolare per il popolo con il suo ardito e pirotecnico spettacolo circense.

Per questo e per l’invidia che suscita con i suoi shows ad alto tasso adrenalinico e dalle coreografie, il dinamico uomo di spettacolo viene considerato come un imbroglione da parte degli addetti alle arti nobili come teatro e balletto, e dei critici che non perdono occasione per denigrarlo sulle pagine dei giornali.

Al centro del crudele e reiterato scherno subito, anche il fatto che l’uomo impieghi nel suo spettacolo un gruppo di reietti disgraziati, ognuno a suo modo, per difetti fisici o altre problematiche psico-fisiche e logiche razziali, automaticamente schedato come non desiderabile e discriminato da una società da una arte benpensante, dall’altra greve ed intollerante nei confronti di tutto ciò che si discosta dallo schema idealizzato come necessario ed indispensabile per l’integrazione.

Riuscirà tuttavia, il tenace uomo, a trovare soddisfazione, riscattarsi dopo un periodo di crisi anche a livello familiare, oltre che economico, forte del solidale appoggio di quella che negli anni è diventata la sua vera, sincera e disinteressata, seppur assai poco tradizionale, famiglia di vita.

Per la regia di uno specialista degli effetti speciali, l’esordiente nel lungometraggio Michael Gracey, e su una sceneggiatura a cura anche dello specialista di musicals, Bill Condon (suoi pure i sopravvalutati Dreamgirls e La bella e la bestia), regista autore di titoli altisonanti e blockbuster, ma di fatto bravo solo con il suo Demoni e dei, The Greatest Showman si fa forte di sipari e numeri musicali scoppiettanti e di buona (oltre che facile) presa, be diretti (e vorrei pur vedere il contrario, con quel dispendio di mezzi ed effetti!!!), di attori aitanti e brillanti come Hugh Jackman (da tempo attratto dai ruoli canterini e ballerini, e qui recidivo dopo il sontuoso e magniloquente Les Miserables) - qui maritato per puro spirito di rivendicazione sociale con una Michelle Williams biondissima che pare la sosia della Panicucci - e dal suo speculare giovane (e tascabile) rappresentato da quel “big jim” di Zac Efron, ma la storia, la vicenda, gronda davvero miele e zucchero senza un tollerabile ritegno, divenendo un paradosso: nel voler essere un elogio e una celebrazione della diversità, della scelta di vita alternativa come percorso obbligato che porta alla serenità, alla redenzione (da non si sa bene cosa) e alla realizzazione del “fottuto” sogno americano, il film assume un tono così fastidiosamente politically correct da indurre a rappresentare i “diversi”, oltre che come buoni e talentuosi, anche come belli, paffuti e piacevoli a tutti i costi, lasciando ai cattivi razzisti le espressioni malvagie ed altezzose che nelle favole si riservano agli orchi e alle streghe cattive.

Risultato: il film assume un insopportabile tono razzista proprio nel volerci predicare il contrario.

Si andassero un po’ a rivedere quel capolavoro di scorrettezza e realismo che fu Freaks di Browning, ai tempi dell’alba del cinema, questi tromboni e strombazzati sceneggiatori americani di oggi, superficiali e retorici fino alla nausea!

Canzoni sin troppo accattivanti, belle voci quasi sicuramente non provenienti dalle ugole degli attori impegnati a renderle credibili come farina del proprio sacco, nonché effetti speciali spumeggianti che ci offrono, tra gli altri balocchi, elefanti giganteschi come dinosauri e felini rubati direttamente dai set di Narnia - completano uno show tutto retorica ed esteriorità.

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