Espandi menu

120 battiti al minuto

Regia di Robin Campillo vedi scheda film

Recensioni

L'autore

spopola

spopola

Iscritto dal 20 settembre 2004 Vai al suo profilo
  • Seguaci 460
  • Post 96
  • Recensioni 710
  • Playlist 179
Mandagli un messaggio
Messaggio inviato!
Messaggio inviato!
chiudi
Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su 120 battiti al minuto

di spopola
8 stelle

Un film che piange nel fondo dell’anima, ma a tempo di allegria. (Alessandro Uccelli)

 

scena

120 battiti al minuto (2017): scena

Cominciamo subito col dire che Campillo ha trovato qui la giusta mediazione fra “pubblico” e “privato” e ci ha regalato un film (per più di un verso straordinario) fatto di  carne e di corpi, di amore, sesso e malattia. Di testimonianze crudeli e di azioni sovversive. Di liquidi organici, di sperma, di siringhe, di flebo e di sangue (magistralmente simboleggiato  da quel rosso cupo che a un certo punto colorerà le acque della Senna). Un’opera composita realizzata davvero con il cuore piena di collera e d’amore oltre che di parole (tante, ma tutte necessarie) che ben testimonia il clima cupo ma intriso di qualche barlume di speranza, che si respirava intorno a quello che nei primi anni dei ‘90  era ancora una tragedia senza soluzione: il flagello Aids (che sembrava però non interessare più a nessuno né nelle istituzioni nè nella cosiddetta società civile, e parlo soprattutto di prevenzione).

L’indifferenza ormai generalizzata degli anni in cui è ambientata la vicenda (non è che sia cambiato qualcosa da allora perché si continua a parlarne poco e male) era dovuta anche a un misunderstanding (o peggio ancora a un vero e proprio pregiudizio) difficile da sradicare  anche di fronte all’evidenza dei fatti, che continua imperterrito a circolare impropriamente pure ai giorni nostri: l’errata convinzione che si trattasse di un’infezione comunque selettiva  che riguarda(va)  categorie specifiche (e marginali) della popolazione come quelle dell’omosessualità e della tossicodipendenza,  entrambe di scarso – per non dire nullo – interesse generale, facendo così finta di non sapere (o di averi dimenticato) che invece è sempre stato un problema assolutamente trasversale (attiene a uno stile di vita non a un genere specifico di persone) e la conferma sta nel continuo dilagare di nuovi casi (per fortuna di HIV e non di AIDS conclamato che sono più rari ma si registrano ancora) che interessano in gran parte anche le persone eterosessuali (ci si dimentica troppo spesso che è un virus che si trasmette solo attraverso il contatto diretto col  sangue  e con lo  sperma e che basterebbe l’uso del preservativo  nei rapporti sessuali – soprattutto quelli occasionali –  o evitare l’uso di siringhe promiscue per chi si droga ancora con l’eroina in vena, per evitare di correre stupidi rischi).

La malattia come una guerra insomma (e il film ci mostra proprio come si può provare ad avversarla) con le sue strategie di combattimento portate avanti da sparuti gruppi di soldati in prima linea (e dove le azioni pubbliche e quelle dell’intimità sono due facce di una stessa  medaglia, diventano strumenti di un’unica battaglia) e le  piccole vittorie conseguite (ce ne sono molte) in un insidioso percorso a ostacoli il cui esito finale – simile a un’irraggiungibile chimera – è purtroppo ancora da arrivare e pare allontanarsi sempre più dall’orizzonte nonostante l’impegno e la dedizione.

 

Arnaud Valois

120 battiti al minuto (2017): Arnaud Valois

 

Uno dei pregi maggiori della pellicola, sta nel fine lavoro fatto sulle inquadrature e in quel “vedo” e “non vedo” nei momenti di sesso che nel film sono sempre e solo attimi d’amore. Qui infatti si suggerisce soltanto  evitando la plateale esposizione delle cose (inutile cercare membri in  erezìone perché non ce ne sono affatto). E il risultato è davvero entusiasmante, poiché nel dipanarsi del racconto tutto sembra così semplice, naturale  e veritiero, che non si avvertono frizioni fra i due piani scelti dal regista  fusi magistralmente fra loro (quello più didattico e corale dell’inizio e l’altro più privato, intimo ed emozionale,  che seguirà poi  da vicino il nascere e il progredire di un’attrazione a forte carica sessuale fra due militanti aderenti  al collettivo Act Up Paris[1], uno dei quali ormai segnato da un destino spietato e irreversibile). Parlo ovviamente del Sean così ben disegnato da Nahuel Pérez Biscayart: davvero eccellente ed anche molto toccante la sua non facilissima prova attoriale che passa anche attraverso la progressiva trasformazione del suo fisico con l’inesorabile avanzare della malattia poichè il cocktail di farmaci che riuscirà a modificarne il decorso infausto  in una cronicizzazione del problema, arriverà troppo tardi per lui (i protocolli di cura si concretizzeranno solo a partire dal 1994) e del Nathan di Armaud Valois robusto interprete altrettanto valido (e forse ancor di più) dell’altro protagonista del racconto. Non ci si stupisce insomma  della facilità  espositiva (grazie anche a un inventivo montaggio di straordinaria rilevanza curato dallo stesso regista) con cui Campillo, inserendosi nel contesto generale della storia, riesce a entrare nell’intimità della coppia, a registrarne le e paure, le titubanze, i ricordi (persino i fantasmi che evocano le loro menti) e a mostrarci la spontaneità dei loro contatti amorosi, e parlo degli amplessi così eroticamente autentici ma assolutamente privi di pruderie voyeuristiche che qui sarebbero state davvero fuori luogo, e grazie ai quali, si avverte sì l’ombra incombente della sieropositività di Sean ormai trasmutata in Aids conclamato, ma quasi si trattasse (almeno fin quando è possibile per la tenuta delle condizioni generali) di un problema secondario che si può lasciare fuori dalla porta ma senza mai abbassare la guardia della prevenzione (da dominare insomma e impedirgli così di annullare avanti tempo la vita e quel piccolo residuo di speranza) e sul quale si può persino fare dell’ironia  come quando Nathan in uno dei momenti più intimi fa i due, evidenziando il contrasto (o forse avvertendone il peso) fra il chiuso della stanza in cui gli attivisti si confrontano con le loro assemblee che definiscono a maggioranza in un confronto dialettico gli strumenti da utilizzare  per  portare avanti la loro lotta (Alessandro Uccelli lo ha definito il luogo della parola)  e li mondo esterno (il luogo del silenzio – ancora Uccelli – dove ci si confronta con la realtà pubblica e privata di tutti i giorni) si rende conto di non conoscere a sufficienza il suo compagno e gli chiede: “ma, tu, cosa fai nella vita?” “il sieropositivo – è la risposta che riceve- tutto qua, direi che si può riassumere così e che può bastare”.

 

Qui le scene di sesso sono tutte potenti e soprattutto necessarie (io le definirei di struggente bellezza): quella del loro primo approccio amoroso dove si avverte la profonda attrazione dei loro corpi e l’ingombro (anche giocoso se vogliamo) dell’uso indispensabile del preservativo che comunque permette il loro scambio di effusioni senza rischio, o l’altra  che è ancora più  difficilmente obliabile perché continua a martellarti nel cervello anche dopo che sei uscito dalla sala, in cui Nathan mentre lo bacia appassionatamente sulla bocca, fa godere con la mano il suo compagno che ormai giace sofferente e sempre più conscio del suo destino nel letto dell’ospedale, restituendogli così un ultimo, necessario frammento di vita e di piacere, una pietà laica la sua - permettetemi di usare ancora le parole di Uccelli poichè io non saprei trovarne di migliori – che anticipa il rito altrettanto laico, a luci basse, dell’addio a Sean e che, rammentando ciò che accadeva già entre les murs (la cui sceneggiatura era appunto di Campillo) riesce a strapparti il cuore pur evitando ogni tono melodrammatico (a me scambiare tutto questo per freddezza come è stato osservato da qualcuno mi sembra proprio una bestemmia).

 C’è poi un altro momento che mi è sembrato particolarmente doloroso e coinvolgente che è stato impropriamente bollato di superficialità sentimentale (mi riferisco al rapporto sessuale consumato da Nathan con un altro militante del gruppo nella notte immediatamente successiva a quella del trapasso di Sean) che è invece frutto e conseguenza di una disperazione profonda e lacerante che ha più di una ragione per essere così devastante (non dovremmo dimenticare o sottovalutare  la parte attiva che ha avuto nel decesso del suo compagno né trascurare i suoi irrefrenabili, angosciati singhiozzi che scuotono il suo corpo durante  quell’amplesso). Un amplesso che rappresenta solo il  tentativo (il bisogno) di provare ad annegare così il suo sconquasso interiore che non gli consente di stare solo con se stesso quella notte, la prima dopo che ha compiuto il suo  definitivo atto d’amore (e chi ha visto il film capisce cosa intendo dire. Agli altri ovviamente non intendo dire di più perché mi sembra di aver fatto già troppi spoiler e di questo me ne  scuso).

 

scena

120 battiti al minuto (2017): scena

 

Nel film, incanta sopra ogni altra cosa, la dolcezza sensuale con cui la cinepresa si sofferma ad esplorare i corpi dei due giovani ragazzi a cui la malattia non ha impedito di amarsi e di desiderarsi: come ho già detto prima, sono sequenze tutt’altro che scandalose. Io le definirei “pudiche”, ma al tempo stesso “impudicamente” naturali  (scusate il bisticcio di parole!) ed anche poeticamente esplicite. Scene di sesso insomma piene di umanità e di empatia che testimoniano con assoluta chiarezza la necessità di amore  pure in presenza di una sindrome così devastante e particolare che inducono lo spettatore a una partecipazione attiva di condivisione ma anche a una seria riflessione su certi preconcetti (ovviamente parlo di coloro che sono disponibili a mettere in discussione le proprie certezze di pensiero soprattutto quando sono viziate da un’idea comune abbastanza diffusa che va per la maggiore  ma non corrisponde minimamente alla realtà dei fatti). Le stesse sensazioni le si provano pure  negli altri momenti altrettanto intimi e privati (quelli dove sono gli sguardi a trasmettere la forza irresistibile dell’attrazione) celati fra le pieghe di una quotidianità di lotta a più voci (il gruppo eterogeneo che li circonda) impetuosa e sempre in movimento attivo  che è poi la rappresentazione di un più che dichiarato scontro continuo e reiterato fra la vita e la morte (e in questo senso il rosso sangue che invade la Senna a cui ho già accennato prima, ha una funzione altamente  simbologica  di grande efficacia poiché a me sembra proprio che sia la rappresentazione mediata di quel sangue malato (quello vero ) che invade il flusso dell’esistenza e se la porta via con sé.

Un film dunque con una forte carica  eversiva e politica dove il desiderio sessuale e il desiderio di vita vanno di pari passo, che mette in scena  però anche la voglia di spensieratezza, l’aspirazione alla libertà, la gioia e l’energia della giovinezza che nemmeno un morbo di siffatta natura riesce ad arginare.

I personaggi del film vivono la loro vita a tutta velocità (e non potrebbero fare altrimenti visto il terribile destino che incombe su di loro e il troppo poco tempo che è rimasto a loro disposizione). Non hanno nemmeno un secondo da sprecare e i 120 battiti al minuto simboleggiano  proprio questo furore, l’accelerazione adrenalinica del cuore in corsa, ma sono anche quelli che scandiscono il tempo della musica pop e house   degli anni Ottanta, la frequenza ritmica di quella dance (vedi il magnifico e quasi surreale inserto conclusivo) allegra ma non troppo e nemmeno troppo spensierata: 120 battiti  che sono pure quelli che un cuore raggiunge nel momento dell’orgasmo (e non a caso per declinare meglio tutto questo è stata scelta l’intramontabile sonorità fuori dal tempo di Smalltown Boy dei Bronsky Beat, colonna sonora e manifesto di una generazione, e assolutamente centrale nella costruzione di un film il cui obiettivo è quello di provare a scuotere attraverso i sui personaggi (perché la pellicola è proiettato  nell’oggi anche se si parla del passato e lo dimostra l’ambientazione neutra delle location e degli abiti) una società ancora prigioniera   di troppi tabù sessuali, e al tempo stesso di informare e proteggere chi ancora non sa o non si è reso conto della vera portata del problema e per questo tenta di diffondere l’uso del preservativo e della necessità di un costante controllo preventivo del proprio stato di salute (richiesto proprio dalla vita promiscua che è anche quella  del presente). 

 

Adèle Haenel

120 battiti al minuto (2017): Adèle Haenel

Qui insomma si urla, sii lotta,, si dibatte e si lanciano gavettoni di vernice rossa sui responsabili dei laboratori farmaceutici che non intendono rendere pubblico lo stato della loro  ricerca sui nuovi farmaci necessari per tentare  di frenare l’avanzata del virus e la sua letalità. Giovani, combattenti sospesi fra morte  e vita,  ma che alla sera trovano pure il tempo per andare a ballare e fare sesso perchè solo il desiderio e il piacere aiutano a sentirsi vivi (o per meglio dire ancora, a restare vivi).

 A tutto questo, Campillo dona una forma ineccepibile che emoziona (vedi la magnifica sequenza dello spargimento delle ceneri) ma con rigore, cosa questa che gli permette di restare mille miglia lontano  dalla fascinazione del dolore e di non scadere mai nell’aneddoto o nella retorica più bieca e ricattatoria. La carica di adrenalina e di passione che trasmette il film è altissima, talmente elevata da riuscire (attraverso i dibattiti e il sangue vero o finto della storia) ad invischiare lo spettatore dentro una fitta ragnatela che non gli dà respiro, non gli fa pesare nemmeno la lunghezza dell’opera in termini di minutaggio (135 minuti) poiché Campillo ha bisogno di procedere con lentezza (e infatti non ne spreca nemmeno uno) per dipanare la sua matassa di forti emozioni e lanciare con veemenza il suo messaggio.

Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois

120 battiti al minuto (2017): Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois

 

********************************************************************************

 

Rivalutando a posteriori l’opera di esordio del regista e procedendo di conseguenza un po’ a ritroso, si potrebbe dunque considerare 120 battiti al minuto l’opera che conferma e certifica definitivamente la qualità superiore di un regista da tenere d’occhio per il futuro,  ma che al tempo stesso  è anche la pellicola  che conclude una specie di anomala trilogia sul disagio della vita che non è solo esistenziale ( o per meglio dire ancora, su un percorso di smarrimento e di autodistruzione) che ha preso le mosse proprio da Les revenants – Quelli che ritornano in italiano – del 2004 (film del suo esordio alla regia) tanto denigrato soprattutto qui in Italia (per esserne del tutto certo dovrei almeno rivederlo, cosa che non ho fatto, ma azzardo ugualmente) per il non-orrore tutt’atro che compreso dalla critica e dal pubblico utilizzato con l’intento di raggiungere altre mire. Era di fatto un anomalo film di zombi  che intendeva parlare di altro e che non poteva seguire le regole codificate del genere di riferimento. Parlava semmai di una convivenza possibile e condivisa per ribadire che quei resuscitati azzimati non tanto differenti dai vivi, avevano un passato qui sulla terra da rivendicare: anche loro avevano vissuto per essere poi troppo presto obliati dopo che erano diventati “trapassati”  perché dei morti ci si dimentica abbastanza presto e si finisce addirittura per dare poca importanza alla loro esistenza e al loro calvario. Non vi  sembra insomma che questo film sdegnato e compassionevole, diretto e schietto, sia a suo modo un’altra opera che parla di revenants condannati a soffrire e a scomparire di nuovo dalla terra? Nel mezzo, come trait d’union, Eastern Boys vincitore a Venezia nel 2014 del premio per il miglior film nella sezione Orizzonti, poliedrico e cangiante (e visto davvero troppo poco).

Adèle Haenel

120 battiti al minuto (2017): Adèle Haenel

Olivier Rabourdin, Kirill Emelyanov

Eastern Boys (2012): Olivier Rabourdin, Kirill Emelyanov

.

NOTA A MARGINE

Un importante, grande film dunque. Eppure nonostante la sua potenza, ha fatto clamorosamente e inaspettatamente flop (e c’è da interrogarsi e molto,  perché non è sufficiente a giustificarlo la distribuzione a singhiozzo nelle sale). A vederlo (alla proiezione pomeridiana a cui ho assistito io) eravamo poco più dei soliti tre gatti (tutti di età avanzata) e come al solito in prevalenza di sesso femminile. Quello che mi ha colpito negativamente  è il fatto che due persone (due uomini naturalmente, mica c’era da dubitarne) hanno deciso di abbandonare la visione appena sono stati proiettati sullo schermo i primi  fotogrammi del primo approccio sessuale che arriva quando non è passata che una mezz’oretta dall’inizio dell’opera, cosa che mi ha fatto forse comprendere la ragione primaria di tanto disamore trasformato in indifferenza generalizzata. Se ancora non si riesce a superare il tabu di due corpi maschili che si amano o ad  appassionarsi a una storia toccante come questa (e non mi riferisco certo  al mondo gay comunque  colpevole per tanta distrazione e già messo sotto accusa da Teodora, la casa distributrice) c’è davvero poco da stare allegri (me ne fotto dell’insperato, improvviso successo  comunque relativo [e credo anche un po’ casuale] di Loving Vincent perché una rondine - come si dice - non fa primavera) significa che c è davvero qualcosa che non va o che non funziona più nel rapporto fra cinema di qualità e spettatori (lo confermano anche le critiche spesso supponenti che l’opera ha immeritatamente ricevuto) e che il cinema , almeno quello che più mi appassiona, è finito,  e se non è ancora morto, sta attraversando  (metaforicamente) la stessa agonia di Sean perchè anche per lui è prossima la definitiva  morte (per lo meno in sala).

Arnaud Valois

120 battiti al minuto (2017): Arnaud Valois

 

[1]L'AIDS Coalition to Unleash Power (ACT UP), è stata  un'organizzazione internazionale di azione diretta che lavorava per richiamare l'attenzione sulla vita dei malati di AIDS e sulla pandemia della malattia al fine di sollecitare  legislazioni specifiche, ricerche e trattamenti medici innovativi che potessero mitigare la perdita di salute e di vite umane. ACT UP fu fondata di fatto nel marzo del 1987 a New York,  al Lesbian and Gay Community Services Center e diventò da subito un’azione collettiva  di forte impatto anche politico. .Un movimento che due anni dopo approdò anche in Francia seguendo le regole e la struttura del modello americano . Nacque così Act Up Paris (al quale aderì lo stesso Campillo e - insieme a lui - anche  l’altro sceneggiatore del film, Philippe Mangeot).Questo movimento  si caratterizzerà per un nutrito numero di tecniche attiviste finalizzate a dare visibilità a una lotta che intendeva tenere alta l’attenzione su questa sindrome in  un’opinione pubblica e politica addormentata e  - al tempo stesso -sollecitare le case farmaceutiche ad intensificare la ricerca per nuove terapie che sembrava andasse a rilento (e a renderne pubblici i risultati di volta in volta conseguiti).

locandina

120 battiti al minuto (2017): locandina

Les enfants qui s'aiment s'embrassent debout
Contre les portes de la nuit
Et les passants qui passent les désignent du doigt

Mais les enfants qui s'aiment
Ne sont là pour personne
Et c'est seulement leur ombre
Qui tremble dans la nuit
Excitant la rage des passants
Leur rage leur mépris leurs rires et leur envie

Les enfants qui s'aiment ne sont là pour personne
Ils sont ailleurs bien plus loin que la nuit
Bien plus haut que le jour
Dans l'éblouissante clarté de leur premier amour (Jacques Prevert)

 

Ti è stata utile questa recensione? Utile per Per te?

Commenta

Avatar utente

Per poter commentare occorre aver fatto login.
Se non sei ancora iscritto Registrati