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Un borghese piccolo piccolo

Regia di Mario Monicelli vedi scheda film

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FABIO1971

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Un borghese piccolo piccolo

di FABIO1971
8 stelle

"Papà, papà, questa è per me!".
"Che cos'è? Ministero dei Lavori Pubblici... È la convocazione per gli esami!".
"Lo vedi? Io già me comincio a caca' sotto".
"Mario, non fare così, mannaggia... Quando fai così sembri tua madre".
"E che c'entro io con quello che fa lui?".
"Ma perchè, non è tuo figlio?".
"E allora?".
"E allora, se se caca sotto, da chi ha preso, da me?"
.
[Vincenzo Crocitti, Alberto Sordi e Shelley Winters]

Roma: Giovanni Vivaldi (Alberto Sordi) è un impiegato ministeriale prossimo all'agognata pensione. È un "borghese piccolo piccolo", un omino mediocre, nostalgico del fascismo, che ha condotto la sua modesta esistenza tra l'ufficio e la famiglia e che ora spera per il figlio Mario (Vincenzo Crocitti), fresco di diploma in ragioneria ma tutt'altro che una cima, una radiosa carriera nel suo stesso ministero. Prima, però, Mario deve superare il concorso statale di ammissione e il padre, per agevolarlo, non esita a raccomandarlo ai suoi superiori e, per ottenere in anticipo le tracce d'esame delle prove scritte, ad entrare addirittura, imbeccato dal suo capoufficio, il dottor Spaziani (Romolo Valli), nella massoneria ("Che cosa fa un compasso? Disegna un cerchio: tu, per ora, sei il cerchio più piccolo, ma anche tu diventerai grande, a poco a poco. Questo non vuol dire che tu sia un inferiore: no, sei pur sempre un cerchio disegnato dal compasso, cioè un fratello, uno come noi. In questo senso la massoneria è egualitaria: il diritto che quelli più grandi di te hanno sul molto, tu lo hai sul poco. Ma quel poco è tuo"). La mattina del concorso Giovanni, elettrizzato dall'ansia, si prepara ad accompagnare Mario all'esame, mentre sua moglie Amalia (Shelley Winters) si precipita in chiesa a "benedire" nell'acquasantiera un amuleto portafortuna da affidare al figlio: poi, finalmente, escono di casa, diretti in tram e metropolitana verso l'Eur, al Palasport, sede del concorso. Sono in anticipo e, prima di riprendere il viaggio, hanno anche il tempo di fermarsi in un bar per fare colazione. Poi, il dramma. Davanti a una banca incrociano i banditi: c'è stata una rapina da 400 milioni di lire e ora c'è una sparatoria. Giovanni, sgomento, si guarda intorno, urla, assiste esterrefatto alla fuga dei criminali e soltanto in quel momento si rende conto che Mario è a terra in una pozza di sangue, morto. Amalia, che apprende la notizia dal telegiornale seduta in poltrona , non regge il colpo: stroncata da una paralisi, non si muove e non parla più. Giovanni, invece, pur dilaniato dal dolore, riesce ad andare avanti: accudisce la moglie, visita la tomba del figlio al cimitero, sorretto da un'energia interiore che sembra infondergli quella forza necessaria per non crollare definitivamente. Ma è un'illusione, ha qualcos'altro per la testa. Convocato in questura dal giudice istruttore per un riconoscimento, Giovanni individua subito il colpevole, ma decide di non denunciarlo alle autorità: intende, infatti, farsi giustizia da solo, seguire l'assassino, sequestrarlo e massacrarlo con le proprie mani...
Tratto da Monicelli e Segio Amidei dal romanzo omonimo (1976) di Vincenzo Cerami, Un borghese piccolo piccolo è un'opera intensa e agghiacciante, magistralmente orchestrata sul doppio registro della commedia e del dramma: è lo sguardo feroce del suo autore, Mario Monicelli, sulla deriva della società italiana di fine decennio, ritratta impietosamente in tutto il suo grigiore, con i riti e le frustrazioni quotidiane di un'umanità avviata passivamente verso la deriva e martoriata da meschinità, opportunismo, disgregazione sociale e violenza urbana. L'Italia del terrorismo, del clientelismo e delle raccomandazioni, un Paese impaurito e sull'orlo della disperazione, divorato dall'egoismo, dall'arroganza e da un'aspirazione sempre più incalzante verso la disonestà, un mondo "mostruoso" dove, continua Monicelli, anche i dardi della satira hanno smarrito la propria affilata incisività. E dove, soprattutto, il potere liberatorio della risata non ne esorcizza più il malessere incipiente. È, cinematograficamente, la fine delle gloriose stagioni della commedia all'italiana: insieme a Brutti, sporchi e cattivi e a Una giornata particolare di Scola, infatti, Un borghese piccolo piccolo vira la causticità della critica di costume nell'amarezza e nell'angoscia, testimoniando l'assoluta esigenza di una via di fuga che, conclusione tutt'altro che consolatoria, non potrà che condurre in un'unica direzione. Gli anni Ottanta, infatti, con il loro carico di squallore, volgarità e pulsioni edonistiche, sono ormai alle porte...
Monicelli, per tradurre sullo schermo gli umori più graffianti di una disillusione dolorosa ma inevitabile, opera alcune scelte fondamentali e platealmente stranianti: in questo senso, infatti, va interpretata la costruzione drammaturgica del racconto, la sua escalation da commedia a dramma lancinante, passando attraverso alcune illuminanti incursioni nel grottesco, come la delirante sequenza al cimitero di Prima Porta o la cerimonia di ingresso nella massoneria, tappe della via crucis della coscienza percorsa dal suo protagonista, ormai intimamente devastato e in caduta libera verso il baratro. Incorniciato dalla splendida fotografia di Mario Vulpiani, Un borghese piccolo piccolo si avvale della performance preziosa dell'ottimo cast, dagli strepitosi Romolo Valli nei panni del dottor Spaziani, l'untuoso capoufficio massone afflitto dalla forfora, e Shelley Winters, alla comparsata di Enrico Beruschi, oltre, naturalmente, all'interpretazione straordinaria e vibrante di Alberto Sordi, monumentale (come non gli riusciva, tra l'altro, da qualche tempo) nel trasformarsi in uno spietato e sadico aguzzino.
"Hai capito che ho fatto? Tu che avresti detto al posto mio? Dimmelo, Amalia, che cosa avresti detto? 'Eccolo, è lui, prendetelo, è l'assassino!'. Sì, poi magari gli avrebbero dato qualche anno de galera, eh? A mangia', a fa' er comodaccio suo. Eh, no! No! L'avessi visto, Amalia, su quella pedana insieme agli altri, con quella faccia da birbaccione, sicuro di cavarsela, con quell'aria strafottente... Ma la faccia, aoh, la faccia gliel'ha spaccata questo fesso qui, Vivaldi Giovanni fu Matteo, col coso... col crick! Patatracchete! Ammazza che botta che je ho dato... E che fatica, Amalia, che fatica a portallo là. No, no, Amalia, sta' tranquilla, sta' tranquilla che nun scappa. No, nun me scappa...".

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