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L'ora legale

Regia di Salvo Ficarra, Valentino Picone vedi scheda film

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M Valdemar

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La recensione su L'ora legale

di M Valdemar
4 stelle

 

locandina

L'ora legale (2017): locandina

 


Onestà. Onestà. Onestà.

Legale o meno, l'ora delle commediucole non cessa mai di battere (cassa, plauso diffuso, generale fraintendimento).
Lo sguardo rivolto all'attualità – unico e solo sostentamento creativo degli industriali del genere – si traduce in una commedia “grillina”. Prodotta Medusa.
Il paradosso, tanto curioso quanto irrilevante per quelli che sono intenti ed effetti, sveste presto la sua singolarità per disvelare, ancora una volta, la ruffianeria qualunquista e opportunistica, manichea e generica, del simpatico duo Ficarra & Picone.
Satira di costume, critica socio-politica, lettura antropologica: ma di maniera, ovviamente, e, di fatto, inesistente, volta unicamente al sommario, facilissimo compendio di reazioni indignate (di effimera portata: durano giusto il tempo della visione). Un colpo qua, un buffetto là, una battutina sagace ancor più in là: concetti di democrazia applicata, dopotutto.
Assenti cattiveria (vera, sana, non di facciata) e intelligenza di scrittura (pecche croniche del cinema italiano, da un po' oramai), ad ergersi a modus operandi/pensandi è la via della farsa, incolore e monotona, stantia: l'unica realtà che L'ora legale è in grado di riprodurre infatti è quella filtrata, quotidianamente, a getto continuo e distorto/distorcente, da media e social media.
Così i tormentoni in voga (i forestali, il “vento che sta cambiando”, l'ossessione per la “legalità” e l'“onestà”, l'assenteismo e la nullafacenza dei dipendenti della pubblica amministrazione, la monnezza per strada, l'abusivismo, il nepotismo e la raccomandazione ...) si fanno veicolo elementare di intuibili istanze populiste e “gentiste” (auto)giustificando la pochezza di forma, contenuto e rappresentazione.
Che vive in una sorta di dimensione barzellettesca/parodica/pittoresca in perenne stato di agitazione/eccitazione: le risate (forse) partono pure, ma come fossimo in una puntata di Striscia la Notizia o di Zelig o di un'applaudita, paludata ospitata tv. Per dire.
Simpatici e (mediamente) “divertenti”, eh, certi sketch e siparietti di Ficarra & Picone, però quello sono, e (solo) quello rimangono, incapaci di elevarsi a viva materia cinematografica: oltre non cresce né sopravvive nulla, se non un'idea del mezzo, del medium, come mero nastro trasportatore di pezzi vari di una comicità omologata e furbesca, legalmente definibile “paracula”.
Garbata, amabile coppia protagonista a parte, non a caso le coordinate che individuano e qualificano la falsità e la fallacità dell'operazione sono gli altri personaggi: burattini di un gioco che vorrebbe farsi grottesco ritratto della realtà invece è solo reiterato ricorso al macchiettismo. Innocuo, tendenzialmente; inutile, sostanzialmente.
Dal candidato (e poi) sindaco onesto fino all'ennesima potenza idiota ai vigili fannulloni ma in fondo anime buone (italiani brava gente, no?), dal parroco colluso all'ex primo cittadino mafioso, dal ridicolo “enigmatico” ceffo (i “poteri forti”, grandi) all'irritante giovine figlia militante del probo sindaco.
Ecco, quest'ultima figura, se vogliamo, definisce meglio la falsità delle cose, a partire dalla risibile esibizione canterina di fronte a pubblico di altri coetanei (drogarsi no, eh?) sulle note di qualcosa tipo «democrazia portami via» (sic!); un playback così balordo che manco nei peggiori festivalbar di Caracas.
Giusto il finale, inatteso, tradisce le ambizioni, mal riposte visto l'andazzo e la cifra espressiva (udibili i mormorii in sala): una conclusione – in fondo, banale e retorica, che verte sulla impossibilità di cambiare veramente le cose, noi stessi e il paese tutto – a cui si poteva arrivare molto prima.
Ma non avrebbero potuto costruirci sopra un film.

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