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Wonder

Regia di Stephen Chbosky vedi scheda film

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alan smithee

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La recensione su Wonder

di alan smithee
4 stelle

FESTA DEL CINEMA DI ROMA - ALICE NELLA CITTA'

Auggie Pullman è un bimbo di dieci anni affetto da una anomalia genetica che lo ha reso già dalla nascita gravemente deformato in volto. Numerose operazioni sonop riuscite solo in parte a renderlo fisicamente più presentabile e per questo motivo la sua amorevole famiglia ha deciso di curarlo e farlo vivere distante dai coetanei, evitando al piccolo traumi e contrasti shoccanti con la spesso impietosa massa di coetanei presenti in una qualsiasi istituzione scolastica.

Con l'approssimarsi dell'ingresso in prima media, i genitori decidono di far fare al ragazzo il passo nevralgico di iscriverlo ad una scuola come ogni altro coetaneo. Per Auggie, la circostanza sarà foriera di momenti di allegria e spensieratezza, ma anche di discriminazione e crudeltà proprio da parte di chi considerava alleato e amico.

Questo preiodo cruciale della vita del ragazzo, consentirà anche ad ogni altro membro della sua famiglia, ed ai conoscenti più prossimi, di ricevere spunti fondamentali per una lezione di vita e di comportamento civico esemplari.

Tutto bene nelle intenzioni, ma Wonder finisce ahimé presto per incastrarsi nelel trappole sentimentali più scontate, ove gli amici benevoli si traformano in traditori, per poi fare marcia indietro e divenire più buoni ed altruisti delle loro vittime.

La storia inoltre svia spesso dal suo fulcro concentrandosi sugli altri personaggi coinvolti, e dando al film una struttura scomposta e fuorviante, che stona con l'elementarità e la prevedibilità dei buoni sentimenti che affiorano tutti con una puntualità ed una scontatezza disarmanti, nel contesto di situazioni tutte politicamente correttissime (la sorella si fidanza col nero carino ma un pò nerd, l'amica fraterna di costei tradisce come Giuda, ma poi diventa una santa martire votata al sacrificio; l'amichetto bellissimo - escamotage cinico per rendere più forte il contrasto fisico tra i due - di Auggie, tradisce quest'ultimo ma poi ritorna nel suo sentiero cementando l'amicizia con un atto eroico e salvifico al momento opportuno; ci mancava solo, come ciliegina sulla torta, che resuscitasse il cagnetto di famiglia, che forse sarebbe stata la soluzione sarcastica più opportuna per salvare il salvabile dentro questa continua sequela di vicissitudini degne di una telenovela brasiliana).

Tanto, troppo fastidioso buonismo, la perfezione quasi sterile di una famiglia perfetta in cui solo Julia Roberts (bellissima con naturalezza, sempre in forma, ma credibile ed uguale da oltre un ventennio) appare realmente in grado di sostenere il suo ruolo (Owen Wilson, padre biondo dai capelli d'angelo come Ken della Barbie, cerca ostinatamente di salvarsi con un pò di ironia, ma il suo stesso aspetto fisico sembra un affronto maligno e veramente poco credibile nei confronti del povero figlio disgraziato).

Diretto dal Chbosky che ci era piaciuto assai di più nel ben più lucido Noi siamo infinito (pure questo come Wonder tratto da un celebre romanzo "generazionale" e incentrato su un particolare periodo della crescita), Wonder si svilisce in una melassa scontata e dolciastra che porta alla stucchevolezza anche quando il personaggio del protagonista Auggie cerca in tutti i modi di non cadere nelle trappole della melensaggine più scontata: ci pensano tutti gli altri personaggi che vi ruotano attorno (con parziale esclusione per la fugura già accennata della Roberts), a rovinare irrimediabilmente la situazione.

Di fronte a ciò, restando in tema di diversità fisica, di mostruosità solo esteriore, senza voler pensare a Lynch e ad uno dei suoi indimenticati capolavori quale è The Elephant Man, ma ritornando con la mente ad un film maturo, lucido ed intenso - pure lui come il precedente risalente ai pieni e non così poi faciloni anni '80 - come Dietro la maschera del grande e sempre troppo sottovalutato Peter Bogdanovich, viene il magone..... ma anche un pò di sana e giustificata rabbia. 

Per come ci siamo sviliti, per la facilità con cui chi ci racconta ancora qualcosa, utilizza trappole subdole per attrarci e giocare sulla sensibilità epidermica del tutto umana e lecita, che nascondiamo dentro di noi e che spesso ci annebbia la capacità di discernere ciò che vale, da ciò che è solo pura, premeditata ruffianeria. 

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