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Happy End

Regia di Michael Haneke vedi scheda film

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La recensione su Happy End

di Kurtisonic
6 stelle

Non è la specie più forte che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più ricettiva ai cambiamenti. (C.Darwin)

 

Michael Haneke, Jean-Louis Trintignant

Happy End (2017): Michael Haneke, Jean-Louis Trintignant

Non possiamo sostenere che Happy End sia l’incontro di Michael Haneke con la contemporaneità o con l’attualità più stringente. Tutto il lavoro del regista austriaco è sempre stato improntato a catturare le distorsioni della modernità, restituendo attraverso immagini spietate e talvolta rasentando cinismo e crudeltà la loro applicazione nel quotidiano. Viene così offerta una visione normalizzata di ciò che prima era percepibile come un segno malato in un’ottica caparbiamente pessimistica, lungo un’azione visiva filosofica e criticamente antisistema. I suoi detrattori lo hanno sempre accusato di produrre film a tesi che con il tempo si traducono in una specie di manierismo ideologico, tuttavia “le teorie” del regista non solo si sono rivelate azzeccate ma hanno sempre saputo anticipare i tempi. La crisi della famiglia borghese e dei suoi valori resta dunque un tema fondante e anche il nuovo Happy End non esce da quella circolarità ideale che riporta sempre al punto di partenza, al male nell’origine dell’uomo.  I film di Haneke potrebbero definirsi più di svelamento che di denuncia, di specchiamento del reale, tesi a provocare una reazione forte nello spettatore che si vede sempre costretto a relazionarsi con le immagini e non a subire passivamente l’antimoralismo del regista. Forse in Happy End si può riscontrare una minore compattezza della storia rispetto al suo consueto modo di raccontare, pur restando in un mondo chiuso e isolato i tanti protagonisti del film appaiono sfuggenti e a volte irrilevanti rispetto alla portata dei temi sollevati. Il rapporto tra l’anziano capostipite della ricca famiglia che non solo idealmente rappresenta la continuazione del precedente Amour (2012) e la giovanissima nipote rappresentano forse mestamente la chiusura del cerchio, l’unione simbolica del segno di un cinema in mezzo al quale c’è tutto il lavoro di decostruzione, di messa a nudo della critica del regista che come nel più classico dei lieto fine trova la sua soluzione. La perdita di identità e dei valori di riferimento della classe sociale dominante portano allo sbandamento e alla solitudine estrema dentro la nuova società che Haneke descrive sempre più fredda, spietata ma significativamente incapace di interiorizzare il dolore. Significativa a tal proposito risulta una delle scene iniziali, con un incidente sul lavoro in un cantiere edile che avrà tragiche conseguenze. Non solo l’osservazione della frana (che è quello che si verifica) potrebbe simboleggiare quella dei valori borghesi, ma la lunga inquadratura che si svolge in assenza di ogni rumore, vede le persone che lavorano rimpicciolite come formiche, come esseri ininfluenti o meglio come quelle risorse umane che al massimo nella logica capitalistica sono definibili come costi tutt’al più risarcibili perché non denuncino il loro sfruttamento. Happy End si muove tra i riferimenti effettivi del precedente Amour (2012) sulla decadenza e la perdita irreversibile del tempo e dei sentimenti, si può collocare tra le osservazioni   riguardo alle distorsioni dell’immagine rispetto al reale di Benny’ s video (1992) e la negazione del senso di colpa generazionale o il tentativo di rimandare lontano nel tempo il confronto, all’interno del proprio spazio di difesa descritto in  Niente da nascondere (2005). Il vecchio e malato Georges, costretto alla sedia a rotelle sa di non potere ottenere nessuno scambio affettivo con la nipotina, il modello famigliare che le viene imposto non è credibile, non emana nessun tipo di umanità e di partecipazione. Ogni tentativo di George sembrerebbe inutile, non possiede né la forza del racconto vissuto e tantomeno sarebbe accostabile ad un’immagine riscontrabile nella realtà, dunque tutto ciò che li circonda è falso, frutto di un’azione e di un pensiero sbagliato. Ecco che allora quella che sarà la confessione dell’anziano alla bambina più che un atto liberatorio si rivela come l’unica possibilità comunicativa capace di trasmettere il senso reale rispetto a ciò che ha commesso.  Rispetto al Benny’s video la richiesta di redenzione è diretta, cioè non mediata dalla video ripresa del fatto che narra, la nipote assume un ruolo quasi divino perché non intaccata dal seme malato della società moderna, dunque in grado di accogliere le motivazioni del gesto senza pregiudizi. Haneke contrariamente al suo solito anziché isolare un fatto facendogli intorno tabula rasa opta per un colpo di scena supplementare rischiando la sottolineatura di quei temi a lui più cari, una replica da parte della nipote che in qualche modo fornisce una chiave di continuità necessaria a perpetrare il male e la violenza come atto di base per la vita del mondo. Happy end si apre e si chiude con delle riprese fatte con un telefono cellulare, possiamo leggervi l’inadeguatezza del regista rispetto al presente come ad una più profonda critica dell’immagine ad ogni costo, alla raffigurazione di una verità tascabile e superficiale. Con la stessa profondità dello sguardo possiamo confrontare cosa si riprende nelle due riprese e quale sia lo sgomento che genera la mancanza analitica dell’immagine in sé, discutibile per il regista già con il mezzo cinematografico, ancora peggio e infinitesimamente ridotto con un videotelefono. Tuttavia la distanza del mezzo gioca per Haneke qualche passaggio a vuoto.  La tentazione di inserire nella vicenda la questione più che mai attuale dell’immigrazione sembra una vera e propria forzatura che non riesce ad erodere la corteccia del racconto come vorrebbe. Le inquadrature che intaccano l’argomento appaiono poco collegate, se vogliamo potrebbero rappresentare l’ennesima critica all’incomprensione e alla cecità capitalista, ma in questo caso sembra più lo sforzo di arricchire un contesto già fin troppo ben delineato attraverso un problema che è tutt’altro che poco visibile o non considerato. Resta un’uscita di scena abbagliante e potente come nei migliori momenti del regista, la sequenza finale appare tanto inaspettata e naturale nel suo sviluppo che in qualche modo sembrerebbe davvero un atto definitivo del regista verso il cinema.

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