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Chiamami col tuo nome

Regia di Luca Guadagnino vedi scheda film

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alan smithee

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La recensione su Chiamami col tuo nome

di alan smithee
9 stelle

In un tenero innocente, ma prezioso gioco di scambio di nome proprio, si rifugia un miracolo di poesia e di scrittura che conduce lo spettatore sino alla commozione; per la purezza di espressione, per la rappresentazione magistrale, carnale certo, ma mai volgare, di un innamoramento più forte di ogni eventuale ostacolo od impedimento.

"Words don't come easy", cantava in quella prima parte degli '80 il tenebroso ed occhialuto F.R. David, in uno dei più ricorrenti tormentoni delle lunghe spesso spensierate estati giovanili di chi, come Elio, appartiene alla classe dei nati attorno all'epicentrico '68. 

Ma costui, 17 anni appena compiuti, è solo di lontana provenienza italiana, e per sola parte materna, in realtà di nazionalità francese, mentre il padre è uno studioso universitario statunitense esperto di cultura ed archeologia greca. La famiglia, agiata e culturalmente aperta, ama trascorrere le vacanze estive nella stupenda villa con podere ereditata dalla donna e posta al centro di una campagna padana ubertosa e riconoscente, magnanima di frutti e di distesa amenità, nel contesto di un centro storico di provincia incantevole ed in grado di sedurre stranieri alla ricerca di genuinità e bellezze non artefatte. In questo contesto bucolico ed idilliaco quasi irreale, Elio spende tutto il suo tempo assorto tra l'hobby della musica, la lettura dei classici, diviso tra una necessità di solitudine liberatoria assai agognata, ed i primi incontrollabili impulsi sessuali che lo spingono a iniziare a tentare i primi goffi approcci concreti con le ragazze, spesso belle e provocanti, che lo circondano in quel santuario di immacolata trascinante carnalita'.

Come ogni anno da qualche tempo, un alunno del padre a turno è solito trascorrere tutte le sei settimane di permanenza in Italia dalla famiglia, assieme al professore per coadiuvarlo nelle sue ricerche e preparare la tesi finale a suggello dei propri studi. Ma l'arrivo di Oliver, un gigante biondo dalla fisionomia attraente ed i connotati prefetti come una statua greca, non lascia Elio affatto indifferente, come accaduto in passato con gli altri studenti.

Ceduta, come d'uopo e cortesia, la camera a favore dell'ospite, per ripiegare su una ben più piccola ma attigua e comunicante stanzetta di passaggio, il ragazzo e l'uomo giovane, ma già fisicamente completo e virilmente formato, si studiano, si piacciono senza ammetterlo, senza trovare appunto le parole per capirsi, per comunicare il sentimento che nessuno dei due osa supporre sia reciproco ed incontrollato, come si rivela per ognuno di essi giorno dopo giorno. Arrivando, tra gli altri giochi complici, all'espediente di uno scambio reciproco dei rispettivi nomi, come modo per aprirsi a confessarsi reciproche convergenti pulsioni amorose e sessuali con maggiore libertà e più accorata partecipazione.

E quando non arrivano o bastano le parole, sono gli istinti, i piccoli cenni di intesa, gli sguardi furtivi e complici, che salvano, prima che sia davvero troppo tardi, una situazione spinosa ed apparentemente irrisolvibile, favorendo l'approccio tra i due nel suo più naturale percorso esplorativo.

Dall'omonimo romanzo di André Aciman, il grande vecchio cineasta novantenne James Ivory trae una sceneggiatura-portentosa, viva, vitale, appassionante e commovente, schietta senza mai risultare - come è sempe stata sua fine e meditata consuetudine in molte sue opere meravigliose -volgare o scurrile anche quando le situazioni ribollono di carnalità e desiderio controllato a stento: la forza della sessualità in cerca di definizione e identità, si trasforma poco a poco - prendendosi i giusti processi di maturazione, meditando i tempi e le situazioni, in un crescendo emotivo che si rende palpabile in sala, tra il pubblico, nell'adattamento lancinante che sa essere sia prepotente, sia pacato, del grande vecchio cinesta americano, qui solo sceneggiatore, abilissimo più di quasi ogni altro (eccetto forse David Lean) a trasporre per il cinema romanzi e storie di autori celebrati quali E.M. Foster.

Ne scaturisce un miracolo di poesia e di scrittura che porta alla commozione per la purezza di espressione e rappresentazione tutta incentrata su un innamoramento che è tutt'altro che platonico o irrisolto. Una scrittura che è valsa una meritatissima una candidatura, quella ricevuta dal film, insieme ad altre tre (tra cui miglior film e miglior interprete protagonista, straordinario) per la miglior sceneggiatura non originale, e che dovrebbe, con un pò di buon senso e giustizia, doverosamente ed assennatamente tradursi in Oscar alle prossime assegnazioni del marzo 2018).

Ma il miracolo è pure e soprattutto opera del regista di tutta l'operazione, un Luca Guadagnino e della sua troupe molto italiana. Un regista maturo che sa coniugare con gran stile forma a contesto emotivo spesso sfaccettato ed intenso, e che con questo film completa, nel migliore dei modi e con il miglior risultato dopo i già due validissimi primi capitoli che formano una ideale trilogia "sul desiderio" (il milanese "Io sono l'amore" e l'isolano-siculo "A bigger splash"), come è stato detto, ma anche dedicata alla classe medio-alta, alla borghesia facoltosa e ai suoi crucci, che non sono solo e semplicemente capricci di persone viziate e prepotenti, fine a loro stessi.

Guadagnino gira con una magniloquenza che non diventa mai manierismo, ma che resta al servizio del film e a maggior valorizzazione di un duo di interpreti che sembrano piacersi ed amarsi realmente - tanto risulta convincente e naturale la prestazione dei due - fino a congiungersi alla perfezione, celebrando il concetto di amore come attrazione mai volgare, ma sempre essenziale, quasi sacrale: soprattuto quando, come in questo caso, il protagonista rivela di possedere un padre che è ben altro che il distratto professore tutto apparentemente preso dal suo lavoro: tutt'altro, come capirete quando vedrete ..... nel momento topico e vibrante più emozionante di tutto il film.

Stupefacente la fotografia che rende alla perfezione uno spessore scenografico frutto di uno sforzo riproduttivo di quel ritorno a trentacinque anni orsono, tra speranze e lamentele della gente comune, tra una Italia di provincia che vive tra le strade e le mura in pietra di centri storici attraversati da pulman blu garanti di ogni trasporto via terra, e dai muretti tappezzati di manifesti elettorali di partiti con le fiamme da una parte, e le falci col martello dall'altra, ma dai nomi decisamente più plausibili di tutto ciò che sono ora le coalizioni e i giochi di potere, con le medesime faziosità della politica di sempre, ma con meno giri di parole, inutili e ancor più ingannevoli oggi di allora. 

Armie Hammer

Chiamami col tuo nome (2017): Armie Hammer

Timothée Chalamet, Armie Hammer

Chiamami col tuo nome (2017): Timothée Chalamet, Armie Hammer

La capacità del regista di rendere la schiettezza di una provincia che ostenta le proprie bellezze, mettendo in evidenza i doni di una natura generosa e piena di vitalità, ma senza ostentare rischi di formalità da cartolina, e quella dell'anziano illustre sceneggiatore Ivory che ci descrive una classe alto borghese intellettuale che evita sempre il rischio di risultare superiore, non senza per questo rinunciare ad obbedire al gioco di ruolo che li vede nella parte dei serviti, ma da servitori trattati umanamente ed assai soddisfatti dei rispettivi padroni amorevoli - proseguono all'unisono fino a rendere perfetto il contenso entro cui si "celebra" la nascita di un amore forse impossibile, ma non così tanto da non meritare di essere vissuto, ricordato, compianto. Soprattutto nei pomeriggi invernali, trascorsi da Elio, tornato per le feste natalizie, con gli occhi lucidi accanto al caminetto, mentre fuori la neve imbianca di paradiso il capolavoro pittorico di una natura connivente ed ispiratrice, tentatrice e coreografica.

Bello e teutonico come un bronzo scultoreo, da una parte, il gigante buono e di buone maniere Armie Hammer non può che divenire l'oggetto del desiderio più plausibile quando l'ormone diciassettenne procede incontrollato ed insicuro, incapace di indirizzare chiaramente il proprio interesse su un percorso definito. E quando l'ormone trova in un attore dallo sguardo ironico e accattivante, magico e timido, ma anche birichino ed adorabilmente irrispettoso come quello dello straordinario Thimotée Chalamet, il suo rappresentante più azzeccato e travolgente, il clima già perfettamente studiato, riprodotto e ripreso, dunque incandescente e nudo, non può che tradursi in un'amalgama perfetta di sensazioni, di emozioni e di naturalezza, di carnalita' esposta senza essere esibita, che lasciano ammirati, anche quando l'attrazione scatena l'istinto sessuale più dirompente e torrido, mai, almeno in questo film, a rischio di diventare scandaloso né irritante, anche quando messo in mostra con una schiettezza necessaria e vitale, che non sotterra nè getta in ombra eleganza, buon gusto dati per scontati sin dall'epilogo.  

Finalmente, dopo tanto tempo trascorso con troppi prodotti nostrani mediocri o di basso valore aggiunto, un film di un autore molto italiano dal respiro internazionale di cui andare fieri, apprezzato nel mondo già da molto prima della sua tardiva distribuzione nel nostro territorio, e ad un anno esatto dalla presentazione alla Berlinale 2017. 

P.S.: se riuscite, evitate la versione doppiata, privilegiando la v.o. con sottotitoli. È un consiglio universale certo, ma qui diventa imperativo per apprezzare piu' compiutamente l'intreccio naturale di idiomi completamente estranei uno con l'altro, entro cui si sbroglia il trascorrere, un po' indolente un po' complice, delle giornate estive in villa.

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